Quella bambina sfortunata - Aldo Gagliano, Carini (PA)
Il cellulare risuonò come un tuono a ciel sereno. Le sei e trenta. Era la solita sveglia, il martirio della mattina. Sergio si sollevò violentemente dal caldo letto per fare tacere al primo suono quel maledetto apparecchio, quella musichetta così stupida come solo i costruttori di sveglie e telefoni sanno inventare. Il suo lavoro da giornalista gli avrebbe potuto consentire una sveglia più “dignitosa”, magari le otto; alla sua età avrebbe potuto e dovuto rallentare i soliti ritmi giornalieri, magari fare un pensierino a quello che sognava da trent’anni: rilassarsi e scrivere un libro; no, non era così che funzionava; Sergio non poteva stare calmo e tranquillo. Era per questo che due anni prima, insieme ad un altro “fuori di testa” non si sa se più saggio di lui aveva inventato ex nihil quello che l’avrebbe costretto ad alzarsi alle sei del mattino per andare a svolgere un’attività certamente non remunerativa, comunque bella: il divulgatore astronomico con un Planetario. Si, un Planetario; lui ed il suo socio l’avevano acquistato con un solo obiettivo: andare nelle scuole e divulgare l’astronomia ai bambini, ai ragazzi giovani e meno giovani. Non era un’astronomo; amava definirsi un operaio del Cosmo, uno dei tanti addetti all’ufficio pubblicitario dell’Universo, un promoter dell’astrofisica e della cosmologia; insomma uno che voleva aprire gli occhi alle persone per far guardare quello spettacolo in cui gratuitamente siamo attori e spettatori nello stesso tempo. Lui l’astronomia l’aveva scoperta quarant’anni prima, comprando quasi di nascosto la sua prima enciclopedia a fascicoli con i soldi della paghetta settimanale, risparmiando faticosamente sulla colazione della ricreazione scolastica.
Quella mattina sarebbe stata un po’ dura. L’esperienza lo avvisava con una vocina lieve ma decisa: “stai calmo perché oggi non sarà del tutto semplice…”. Con la sua associazione aveva concordato una serie di lezioni in una scuola elementare non del tutto facile. Si trattava di una scuola in un rione della città molto degradato, “a rischio” come i media definivano sbrigatamene la situazione. Questo pensiero da una parte lo stimolava, lo faceva sentire utile, dall’altra parte non essendo un ingenuo lo preoccupava. Quando vai in una scuola dove non ci sono le matite per i bambini perché non ci sono soldi per comprarle, quando l’ambiente che circonda i ragazzi è degradato e ogni giorno molte di quelle famiglie di quei bambini non sanno se riusciranno a coniugare pranzo e cena, hai voglia di parlare di recupero sociale, di “preparazione alla società futura”.
La sua fida utilitaria lo portò come sempre a destinazione. Il tempo di scaricare e montare la cupola, le attrezzature, i cuscini sistemati a cerchio ed ecco, la giornata cominciava. Si affacciò nell’aula grande -ovviamente quella scuola aveva forse lontanamente conosciuto il significato della parola “palestra”- il vociare di ragazzini prima ancora degli stessi, l’esercito dei combattenti che senti arrivare prima ancora di vederlo. Eccoli, una trentina di bimbetti di quarta elementare, scalmanati ed eccitati al punto giusto. Lo stupore di quei visini davanti alla grande cupola si manifestò come sempre: i visi si accendevano in una espressione di entusiasmo misto a curiosità; le sopraciglia si inarcavano in modo quasi innaturale; si fermavano davanti all’imponenza della cupola e tenendosi per mano uno con l’altro echeggiava la solita esclamazione: “oooooh”. Era sempre la stessa, in un misto di rispetto ed eccitazione. Anche gli insegnanti provavano un certo stupore misto a curiosità, naturalmente sapientemente camuffato perché a loro non era dato di non sapere. Sergio diede le solite raccomandazioni di rito ma con una novità: chiunque poteva in qualsiasi momento interrompere la lezione, con tradizionale alzata di mano per fare domande. Lui avrebbe risposto a tutti, a costo di stravolgere la lezione stessa. Era un punto questo in cui Sergio credeva. Se i bambini ascoltando avevano la curiosità immediata di approfondire l’argomento, la lezione funzionava. Dopo i primi cinque minuti di naturale disattenzione, i ragazzi cominciarono ad incuriosirsi; sentir parlare di Galassie, di come funziona una stella era per loro scoprire un mondo completamente nuovo, inaspettato e quasi magico. Tra le immagini che scorrevano nella cupola, in quella Volta Celeste con migliaia di stelle luccicanti, sembrava che in quell’”igloo” di sei metri di diametro non ci fosse nessuno. Il silenzio era assoluto e si sentiva, anzi si poteva quasi toccare nell’aria un interesse vivo. Come si svolge il racconto di una fiaba, Sergio condusse quei piccoli cervelli nel viaggio cosmico del nostro Sistema Solare. Una manina in fondo alla cupola si alzò molto timidamente; era una bambina. Sergio si interruppe immediatamente e disse con voce incoraggiante: “dimmi piccolina”. Un filo di voce sussurrò: “Vorrei sapere perché nel nostro Sistema Solare l’uomo è presente solo sulla Terra”. Sergio era abituato a quel tipo di domande, ma non se l’aspettava da quella classe. Aveva forse sottovalutato quella Scuola? Spiegò con calma i motivi dell’esistenza della vita nel nostro pianeta; cercò di dare una spiegazione completa ma nel modo più semplice possibile. La bambina sembrò soddisfatta della risposta ma si intuiva che quelle spiegazioni stavano facendo nascere altre curiosità. Sergio quasi non finì con la risposta che la manina si rialzò: ”Allora se in un’altra parte della galassia un Sole ha vicino una Terra simile alla nostra, potrebbe esistere anche lì la vita?”
Sergio guardò meglio quella bambina. Era magra, alta, di pelle scura, con un vestitino sdrucito e mal messo, per non parlare di quelle che una volta dovevano chiamarsi “scarpe”. La maestra seduta accanto a lui gli sussurrò in modo quasi orgoglioso “E’ bravissima! E’ molto intelligente; e pensare che è figlia di zingari”. Ecco, ancora una volta i luoghi comuni si affacciavano all’orizzonte; il Tutor, l’insegnante, la maestra che avvìa alla vita i bambini che chiaramente sottolinea la non omogeneità tra essere intelligente e nello stesso tempo figlia di “zingari”. C’era veramente molto da fare in questa nostra società. Sergio era pietrificato. Che una bimbetta di quella età in una scuola di periferia degradata, con genitori sicuramente impegnati ad altre esigenze di sopravvivenza giornaliera, componeva pensieri così profondi, era la prima volta nella sua vita che gli accadeva. Questo ragionamento non era soltanto il frutto di una preparazione scolastica o di una curiosità naturale; era l’elaborazione di un pensiero logico. Era certo: neanche i maestri avevano intuito la profondità di quella bambina. Anche loro, come d’altronde fa tutto il genere umano, avevano giudicato dalle apparenze, non avevano neanche cercato di capire il personaggio, trascinati dalle solite certezze gratuite. A Sergio, quella mattina, sarebbe piaciuto continuare per ore la lezione ormai trasformatasi in dibattito, ma non era possibile. Lo “spettacolo” aveva sforato i tempi naturali e si doveva concludere. All’uscita, fuori dalla cupola, la “zingarella” aveva un’espressione assolutamente adeguata alla sua età; nessun aspetto da “primo della classe”, anzi, il suo sguardo denunciava una timidezza mista a tristezza. Gli altri urlavano e correvano su e giù, lei si era messa in un angolo con un’altra ragazzina, sicuramente l’amichetta del cuore, e guardava la cupola, quasi la studiasse in tutte le sue parti. Sergio voleva saperne di più di quella bambina e cercò di aprire il discorso con la sua maestra. Ricevette invece l’esatta sensazione che quest’ultima non volesse parlarne, quasi a voler rientrare nella normalità del gruppo, evitando di scendere nei dettagli del singolo. Sergio con una certa amarezza si staccò dal gruppo degli insegnanti che pareva solo interessato all’orario del giorno ed al termine delle lezioni. “Ok”, pensò, “inutile insistere. E poi, non sono affari tuoi”.
Ma forse erano anche affari suoi. Erano affari della società intera, delle strutture educative, del sistema, della politica e di nuovo quindi anche affari suoi. Si avviò verso l’atrio esterno, diede un ultima occhiata alla “zingarella” dallo sguardo triste e le scarpe d’”epoca”, pensando: “..un’altra bambina sfortunata..” e si accese la stramaledetta sigaretta del dopo lezione. Per quel giorno, con grande amarezza aveva finito.

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